Agici e Fichtner ‘mappano’ la value chain nazionale dell’idrogeno e mettono in guardia: “L’Italia deve decidere quale sarà il suo ruolo nel futuro mercato globale dell’H2”

di Francesco Bottino

Milano – L’Italia può giocare un ruolo di primo piano, soprattutto come hub logistico, nel futuro mercato europeo dell’idrogeno green, ma per farlo deve prima prendere coscienza di questa prospettiva e attuare una serie di misure per consentirne la realizzazione, cosa che per il momento non sta avvenendo.

Lo dice ha detto modo chiaro Stefano Clerici, Amministratore con delega alle infrastrutture ed efficienza energetica di Agici Finanza d’Impresa, nel corso del convegno che la società ha organizzato a Milano insieme a Fichtner Italia, per presentare la seconda edizione del loro Osservatorio sull’idrogeno.

Si tratta, nello specifico, di un dettagliato dossier che prende in esame il panorama italiano di sviluppo della value chain dell’idrogeno e il contesto globale, fotografando le dinamiche di un’industria che – come ha sottolineato nel suo speech di apertura Massimo Andreoni, Head of Management Consulting di Fichtner Italia – si trova ancora ai suoi albori: “Oggi le fuel cell utilizzate nel mondo hanno una capacità complessiva di 2 GW, ma le previsioni dicono che si arriverà a 400 GW entro il 2030. Siamo quindi all’inizio di questo percorso”.

Ma, stringendo il focus sul Belpaese, è evidente che le cose si stiano muovendo: “Nel nostro lavoro di monitoraggio abbiamo rilevato, ad oggi, 313 iniziative in corso, relativamente all’idrogeno, in Italia. Di queste, sono ben 151 quelle partite nel primo semestre 2023 (di cui 92 finanziate dal PNRR), con una crescita del 93% rispetto alla fine dello scorso anno” ha aggiunto Andreoni. E il 75% delle iniziative è costituto da progetti già in fase di implementazione, mentre il 16% riguarda attività di R&D e il 9% studi preliminari.

Un puzzle di attività concrete, quindi, che si concentrano soprattutto al nord, con 136 ‘bandierine’, e che sono ben distribuite come tipologia: il 30% riguarda la produzione di idrogeno, il 36% il consumo, il 20% la logistica e il 15% la tecnologia.

Entrando quindi nel dettaglio dei business model, il manager di Fichtner ha ribadito che “nessun progetto di produzione su scala MW, attualmente, è sostenibile solo con fonte rinnovabile dedicata: bisogna sempre fare un offtake dalla rete, per garantire un certo numero di ore di funzionamento dell’elettrolizzatore”. Un tema centrale quello dell’efficienza delle macchine, che però – come evidenziato da Fichtner e AGICI nel loro studio – è destinato a migliore sensibilmente, insieme ad altri parametri come durata e costo (in calo), entro il 2030, “quando, in base alle stime, la produzione di elettrolizzatori sarà sostanzialmente equilibrata e proporzionata rispetto alla domanda di questo tipo di tecnologia”.

Andreoni ha illustrato quindi una serie di altri aspetti presi in esame dall’Osservatorio, dall’analisi dei costi di produzione dei vari fuel sintetici (l’ammoniaca primeggia per distacco su e-metanolo ed e-kerosene) ad una comparativa sui costi di trasporto via carro bombolaio e via pipeline (quest’ultima, come noto, conveniente sulle lunghe distanze), per concludere con una previsione: “Oggi a definire il mercato è la domanda: non si sviluppano progetti di produzione di idrogeno senza un off-taker che si impegni ad acquistare il combustibile. Ma nel 2030 la situazione sarà capovolta, e a trainare sarà l’offerta, in conseguenza della overgeneration di energia rinnovabile che non si potrà stoccare interamente in batterie, e quindi dovrà essere utilizzata per produrre H2”.

Se quindi lo scenario sembra profilarsi con una certa chiarezza all’orizzonte, molto più incerto è invece il ruolo che ricoprirà l’Italia nel futuro mercato globale dell’idrogeno: “Abbiamo analizzato 185 progetti a livello mondiale, di cui il 50% ha un size superiore a 100 MW, mentre il 30% prevede una filiera completa che va dalla produzione alla logistica fino al consumo finale” ha infatti spiegato Stefano Clerici, proponendo alla platea meneghina gli elementi salienti della seconda parte dell’Osservatorio di AGICI e Fichtner. “In Italia, invece, quasi tutti i progetti sono di piccola taglia, con un’impostazione molto locale. Manca completamente – secondo l’Amministratore di AGICI – quella visione strategia che può proiettarci nel mercato europeo. La maggior parte degli altri Stati membri ha di fatto già definito la sua collocazione, mentre noi su questo aspetto siamo ancora molto indietro”.

Eppure, ha aggiunto Clerici, il Belpaese avrebbe una sua collocazione naturale, che è quella di “produttore di idrogeno, per soddisfare almeno parte dei suoi consumi interni, e soprattutto di hub per il transito dell’H2 green dai Paesi produttori del Nord Africa fino ai mercati di consumo della Germania e in generale dell’Europa centro-settentrionale. Ma se non ci muoviamo per dare corpo a questa visione – è la conclusione – rischiamo davvero di perdere una grande occasione”.

Sul tema dell’Italia come piattaforma di transito dell’idrogeno è intervenuta, nel corso delle tavole rotonde che sono seguite alla presentazione dell’Osservatorio e che hanno visto la presenza di diversi operatori dell’industria, anche Giovanna Pozzi, Head of Decarbonization Business Analysis and Design di Snam.

“Le nostre infrastrutture sono ormai pronte al 100% per il passaggio di molecole verdi come l’idrogeno” ha ricordato Pozzi. “Snam si inserisce nel panorama europeo come player protagonista nella grande sfida della transizione energetica, grazie a progettualità quali la dorsale adriatica e il SoutH2 Corridor (candidato a diventare un PCI europeo), in grado di rendere l’Italia un hub imprescindibile nel nuovo contesto energetico che si sta delineando, pronto ad accogliere maggiori flussi dal Sud, permettendo anche il passaggio di idrogeno e diventando quindi un Paese esportatore di questo vettore energetico verso nazioni come Germania e Austria e verso il continente”.

E sulla necessità di valorizzare questo ruolo di hub del Belpaese si è detto d’accordo anche AndreaDi Stefano, Head of Market Design & Strategy Support in Energy Evolution, che però ha posto l’accento su alcune ‘rigidità’ assunte dal legislatore europeo: “Oggi i vincoli posti dal decreto delegato sul RFNBO sono piuttosto stringenti, e renderanno difficile per l’Italia produrre H2 rinnovabile baseload e programmabile”. D’altra parte, a Bruxelles c’è una sorta di chiusura, secondo il dirigente del ‘cane a sei zampe’, nei confronti di altre tecnologie che potrebbero consentire di produrre idrogeno low-carbon garantendo una maggiore programmabilità, essenziale per alcune tipologie di utenti, “come per esempio la Carbon Capture and Storage, su cui come gruppo stiamo investendo perché siamo convinti abbia un potenziale di sviluppo importate, oppure il ‘waste-to-hydrogen’, che permette di valorizzare i rifiuti come risorse energetica”.