Cile, Australia e Nord Africa i futuri leader del mercato globale dell’idrogeno, secondo l’atlante di RINA e Accenture

di Francesco Bottino

Il Cile sarà la nazione in grado di produrre il maggior volume di idrogeno, il Nord Africa l’area dove l’H2 green costerà meno e l’Italia potrà svolgere un ruolo di ‘ponte’ logistico per il trasporto di questo vettore energetico, via pipeline o via nave, verso i mercati dell’Europa continentale.

Sono queste alcune delle informazioni più significative contenute nel report “The colours of hydrogen routes”, realizzato dal RINA e dalla società di consulenza Accenture e appena pubblicato sul sito del gruppo genovese.

Gli analisti delle due società prendono in esame il potenziale di produzione di idrogeno al 2030 di tutte le principali aree del mondo, individuando quelli che presumibilmente – grazie a condizioni particolarmente favorevoli – si imporranno come hub internazionali per l’export di H2, e delineando le conseguenti rotte di trasporto verso i principali mercati di destinazione finale che saranno il Nord America, l’Europa e l’Asia.

E proprio verso il Far East si rivolgerà la produzione di H2 dell’Australia, che potrà diventare un player globale di questo nuovo mercato grazie all’ampia disponibilità di spazi e di fonti di energia rinnovabile e alla capacità riconosciuta di gestire progetti di larga scala. RINA e Accenture stimano che il Paese oceanico, entro la fine del decennio, sarà in grado di produrre 1,2 milioni di tonnellate di idrogeno all’anno, grazie a 21 GW di capacità di energia rinnovabile, ad un costo medio di 2,8 euro a Kg. Idrogeno che sarà in gran parte esportato via mare verso i mercati asiatici come Giappone, Corea del Sud e Cina, che hanno già manifestato il loro interesse verso l’H2 australiano.

Meglio ancora, però, potrebbe fare il Cile, che per posizione geografica potrebbe peraltro servire facilmente sia l’Asia che gli Stati Uniti. Grazie ad un grado di insolazione tra i più alti al mondo nel deserto settentrionale e al vento che caratterizza la Patagonia, il Paese latinoamericano potrebbe raggiungere il più alto output di idrogeno verde del mondo, 2,5 milioni di tonnellate annue secondo lo studio, ad un costo medio di 2,7 euro a Kg.

Se il Cile si attesa quindi al vertice nell’ipotetico ranking dei futuri produttori di idrogeno in termini di volumi, a primeggiare per economicità dell’H2 potrebbe essere invece il Nord Africa (Marocco, Algeria e Tunisia): secondo il report entro il 2030 l’output, grazie a 46 GW di capacità di energia rinnovabile, potrebbe raggiungere 1,9 milioni di tonnellate annue, ad un prezzo inferiore a 1,4 euro al Kg, in ragione della straordinaria abbondanza di energia solare.

Valori più marginali (0,7 milioni di tonnellate annue, destinate all’export via mare), a costi comunque competitivi (2,8 euro al Kg) per l’Arabia Saudita, così come per gli Emirati Arabi, che potrebbero produrre 0,4 milioni di tonnellate annue a circa 2,6 euro a Kg di idrogeno.

Discorso parzialmente diverso per la Russia, che per RINA e Accenture dispone della capacità di diventare un esportatore strategico di idrogeno blu (prodotto da steam reforming del metano con cattura della CO2) e idrogeno rosa (prodotto con elettrolisi alimentata da energia nucleare). Il Paese governato da Vladimir Putin non ha ancora chiarito che modello di fornitura intende adottare per l’idrogeno (si ipotizzano però contratti di lungo periodo analoghi a quelli utilizzati per il metano), ma sicuramente può ambire a servire i mercati asiatici contando su un potenziale output di 1,1 milioni di tonnellate annue ad un prezzo di 1,8 euro per Kg di H2 (blu e rosa, va ricordato).

In totale, tirano le somme gli analisti che hanno stilato lo studio, entro il 2030 la produzione globale di idrogeno a livello mondiale potrebbe raggiungere 9,9 milioni di tonnellate annue, di cui 6,8 milioni di tonnellate destinati all’export lungo rotte internazionali.

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