Dellachà (De Nora): “L’UE deve sostenere tutta la filiera tecnologica dell’idrogeno green, per non ripetere gli errori fatti con il fotovoltaico”

di Francesco Bottino

Cernusco sul naviglio (MI) – Intercettato da HydroNews a margine della celebrazione per l’avvio dei lavori di costruzione della nuova gigafactory di Cernusco sul Naviglio, il CEO di De Nora Paolo Dellachà ha risposto ad alcune domande relative allo sviluppo delle tecnologie per l’idrogeno green, al ruolo dell’Europa nello scenario globale e alle possibili evoluzioni di questo nascente mercato.

Le istituzioni stanno facendo abbastanza per proteggere l’industria europea delle tecnologie dell’idrogeno green dalla concorrenza del Far East? Cos’altro si potrebbe fare in tal senso?

Devo dire che, probabilmente, si potrebbe fare di più, anche se durante le nostre diverse interlocuzioni con la Commissione Europea abbiamo riscontrato la consapevolezza degli errori che sono stati commessi in passato con il fotovoltaico, che in tempi rapidi è finito tutto in mani cinesi.

In ragione di questa consapevolezza ci auguriamo che, nell’ambito di tutto il processo regolatorio e legislativo che la Commissione UE deve ancora completare, si riesca a mettere qualche punto fermo. E non si tratta solo di creare barriere, perché poi il mercato deve essere libero e guidato dalla tecnologia e dalle performance. Però noi sappiamo che oggi ci sono dei gravi problemi di sicurezza, e anche di certificazione, rispetto alle tecnologie cinesi. Quindi è davvero necessario prestare la massima attenzione a non concedere stimoli solo agli utilizzatori finali, che poi vanno a comprare tecnologia da un’altra parte, al di fuori dell’UE, perché così non si sostiene l’intera filiera ma solo l’ultimo anello della catena. E questo non è raccomandabile.

L’industria europea delle tecnologie per l’H2 può contare sulla maggiore qualità come suo punto di forza e fattore di competitività?

Si, senza alcun dubbio. Una maggior qualità guidata dall’innovazione, che la rende in grado di realizzare soluzioni competitive ma anche sicure. Dobbiamo ricordarci che l’idrogeno è una molecola la cui gestione, proprio dal punto di vista della sicurezza, è tutt’altro che banale: è altamente infiammabile e molto leggera, e quindi si disperde facilmente.

Il rallentamento riscontrato da diversi analisti rispetto allo sviluppo dei progetti di idrogeno verde in Europa, dettato principalmente dalle perduranti incertezze relative al quadro normativo e degli incentivi, può creare dei problemi a chi, come voi, è un fornitore di questi progetti?

Lo sviluppo dell’idrogeno verde è una maratona e non una corsa dei 100 metri piani, questo è poco ma sicuro. Ci sono incertezze che hanno determinato dei rallentamenti, soprattutto in quei progetti che contano solo sugli incentivi. Quando un progetto è invece captive, perché permette per esempio di fornire la molecola necessaria ai processi industriali interni di un utilizzatore, o quando c’è un ‘off-taking agreement’ solido, il discorso è diverso. Per esempio, l’acciaieria green in Nord Europa a cui forniremo gli impianti di elettrolisi (H2 Green Steel; ndr) ha già molti contratti in essere, perché l’industria automobilistica non vede l’ora di poter dire che ha costruito la prima auto con acciaio a impatto ambientale minimo o nullo. Per cui credo che, laddove ci sono buone basi, i progetti possano procedere spediti.

Ma dobbiamo anche ricordarci che parliamo di un settore nuovo, quindi anche clienti rinomati, in questo ambito, sono un po’ dei ‘beginner’. Riscontriamo molto spesso, al netto delle incertezze di cui abbiamo parlato, un tempo di sviluppo dei progetti più lungo del normale, e anche i soggetti promotori che arrivano alla FID (Final Investment Decision) vanno un po’ coi ‘piedi di piombo’. Bisogna essere preparati a questo”.