Generazione elettrica in UE: Bruxelles certifica il sorpasso delle fonti rinnovabili su quelle fossili

Nel 2020, per la prima volta, la produzione elettrica da fonti rinnovabili, all’interno dell’Unione Europea, ha superato quella alimentata da fonti fossili.

È questo uno dei dati più significativi, ma certamente non l’unico, che emergono dalla lettura del report State of the Energy Union 2021, ultima edizione (consultabile a questo link) di un dossier pubblicato con cadenza annuale dalla Commissione per fare il punto sui progressi nell’applicazione delle politiche comunitarie in ambito energetico, alla luce degli obbiettivi di decarbonizzazione fissati per il 2030 e per il 2050.

L’elaborato rivolge l’attenzione anche al tema dell’idrogeno, ricordando come la Commissione, con l’obbiettivo di favorire l’installazione di 40 GW di elettrolisi in UE entro il 2030 – previsto nell’Hydrogen Strategy europea – abbia proposto di includere nella Renewables Directive dei target vincolanti di utilizzo di idrogeno rinnovabile nell’industria e nei trasporti.

Secondo le stime – si legge anche nel report – maggior parte di questi progetti sarà alimentata con energia rinnovabile, e nel 2030 la relativa produzione di idrogeno sarà costituita, a livello europeo, da 6,7 milioni di tonnellate annue di H2 rinnovabile (verde) e da 2,3 milioni di tonnellate di H2 low-carbon (blu).

Lo sviluppo del vettore sarà sicuramente favorito dagli investimenti previsti in questo ambito nei piani nazionali di ripresa e resilienza: i 22 programmi (di altrettanti Stati membri) già approvati stanziano infatti un totale di 9,3 miliardi di euro in favore di progetti relativi all’H2 rinnovabile.

L’obbiettivo di favorire la diffusione di idrogeno nei trasporti – scrivono ancora i funzionari di Bruxelles – è una priorità che si riflette anche nei contenuti della proposta per la nuova ReFuelUE dedicata all’aviazione e allo shipping.

Nello State of the Energy Union vengono poi riportati e analizzati molti dati relativi al mix energetico continentale e ai trend di evoluzione di diversi fattori, dalle emissioni di greenhouse gas (GHG), calate del 31% rispetto al 1990, alla dipendenza da fonti estere che nel 2019 (ultimo dato disponibile) ha raggiunto il 60,6%, il livello più alto degli ultimi 30 anni.

Per quanto riguarda la transizione e l’abbandono delle fonti tradizionali, il report conferma che il percorso è ormai avviato, ma che la strada è ancora lunga: i sussidi ai fuel fossili sono infatti calati a 52 miliardi nel 2020 rispetto ai 56 miliardi del 2019, ma solo a causa della contrazione dei consumi dovuta alla pandemia. Se gli Stati non agiranno direttamente – è il monito di Bruxelles – questi sussidi torneranno a crescere in valore assoluto, al traino della ripresa economica.

Per quanto riguarda nello specifico il carbone, sono 9 (su 27) gli Stati membri dell’UE che lo hanno già abbandonato, 13 quelli che hanno fissato una data precisa per il ‘phase out’ definitivo, 4 quelli che stanno definendo un orizzonte temporale e solo uno che non ha ancora affrontato in alcun modo la questione.

Molte delle dinamiche prese in esame, anche se non tutte, sono positive, ma le misure adottate non sono ancora sufficienti a dare impulso a quella trasformazione necessaria per raggiungere gli obbiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Unione Energetica. È richiesta – sottolinea la Commissione nel report – un’accelerazione non solo per poter mettere in campo una transizione socialmente sostenibile verso l’obbiettivo ‘net zero’ al 2050, ma anche come assicurazione contro futuri ‘shock’ di prezzo come quello che le commodity energetiche fossili stanno sperimentano proprio in questi mesi.

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