Hydrogen Europe: “L’idrogeno verde inizierà ad essere competitivo, senza incentivi, a partire dal 2025”

L’idrogeno pulito, di origine rinnovabile, inizierà ad essere competitivo anche senza incentivi pubblici già a partire dal 2025, in alcune location e per determinate applicazioni.

A prevederlo è Hydrogen Europe, che ha recentemente presentato – nell’ambito della conferenza COP27 in corso in Egitto – il report ‘Hydrogen – Enabling a zero-emission society’, redatto in collaborazione con la società specializzata Revolve.

Nell’approfondito dossier, gli estensori prendono in esame numerosi aspetti della nascente ‘hydrogen economy’, a partire dalla capacità di elettrolisi installata che, ad agosto 2022, risultava essere pari a 510 MW a livello globale e a 162 MW in Europa, con una crescita rilevante rispetto agli 85 MW del 2019 (in UE). In aumento sono anche la dimensione media dei singoli progetti, passata da 0,9 MW nel 2019 a 1,1 MW nel 2022, e la capacità del singolo elettrolizzatore più potente in attività, pari a 7 MW nel 2019 e a 10 MW nel 2021, mentre entro la fine di quest’anno dovrebbe entrare in funzione il primo impianto da 20 MW e nel 2023 dovrebbero debuttare diversi elettrolizzatori da 50 o 100 MW.

Se quindi il trend è di evidente crescita, non è detto che tutto ciò sia sufficiente a soddisfare i target fissati dall’UE, che nel REPowerEU ha stimato una produzione interna europea di idrogeno rinnovabile pari a 10 milioni di tonnellate entro il 2030: si tratta – viene sottolineato nel report – di un valore molto vicino alla capacità produttiva attuale, pari a 11,5 milioni di tonnellate annue (il 55% concentrata in 5 Paesi: Germania, Olanda, Polonia, Italia e Francia), che però comprende anche l’idrogeno ‘grigio’ ed è il frutto di decenni di sviluppo industriale.

Per produrre quei 10 milioni di H2 green saranno necessari, entro il 2030, 140 GW di capacità di elettrolisi installata, e al momento i progetti annunciati ‘cubano’ 138 MW: il problema, come già sottolineato da Hydrogen Europe nel Clean Hydrogen Monitor 2022, è che molte di queste iniziative ci mettono più tempo del previsto a diventare realtà (spesso a causa di ostacoli normatici e burocratici) ritardando il raggiungimento dei target.

Per quanto riguarda gli usi finali, nel report sono stati censiti progetti relativi all’utilizzo di H2 in ambito industriale per un fabbisogno complessivo di 6,1 milioni di tonnellate annue di idrogeno entro il 2030, la metà della quale proveniente dal settore siderurgico. Il Paese la cui industria sarà più ‘affamata’ di H2 è la Germania, con una domanda che dovrebbe attestarsi attorno a 2,1 milioni di tonnellate annue, seguita da Svezia, Francia, Spagna e dagli altri Paesi UE (l’industria italiana, sempre in base soltanto ai progetti già annunciati, avrà bisogno di 287.000 tonnellate annue di idrogeno).

Non manca, nello studio ‘Hydrogen – Enabling a zero-emission society’, uno sguardo al di fuori dei confini del Vecchio Continente, dove ci sono molti altri Paesi che hanno delineato policy ambiziose per lo sviluppo di un’economia dell’H2. Gli USA, per esempio, hanno stanziato 8 miliardi di dollari a favore di nuovi hydrogen hub e hanno definito un credito d’imposta pari a 3 dollari a Kg per rendere più competitivo l’idrogeno rinnovabile.

Ci sono poi diverse nazioni del mondo come Australia, Egitto, Cile, Namibia e altre, che stanno già competendo per diventare leader nella produzione e nell’esportazione di H2 green, mentre la Cina – scrivono Hydrogen Europe e Revolve – “ha già iniziato a far concorrenza ai produttori occidentali sulle tecnologie per l’idrogeno, in termini di prezzo, e se non si prenderanno contromisure sarà in grado di accaparrarsi una fetta rilevante del mercato”.