Hydrogen Europe presenta l’European Clean Hydrogen Monitor 2020: tutti i numeri sull’Italia

di Francesco Bottino

Hydrogen Europa ha presentato in questi giorni l’European Clean Hydrogen Monitor 2020, il primo dossier di questo genere che propone un’approfondita disamina dello stato dell’arte delle tecnologie per l’idrogeno all’interno dell’Unione Europea. Un lavoro di analisi che – spiega l’associazione nell’introduzione del documento (consultabile integralmente a questo link) – verrà aggiornato con cadenza annuale e che “servirà da base – nei propositi di Hydrogen Europe – per le decisioni politiche e per le valutazioni d’investimento relative al mercato dell’H2.

L’European Clean Hydrogen Monitor, quantomeno in questa sua prima versione, costituisce soprattutto una ‘fotografia’ dell’attuale situazione, entrando nel dettaglio della produzione europea di idrogeno che nel 2018 è stata pari a 11,5 milioni di tonnellate all’anno, di cui – come noto – oltre il 90% derivato da fonti fossili e senza la cattura di CO2.

In questa istantanea l’Italia occupa una posizione di rilievo: con 800.000 tonnellate di H2 prodotte ogni anno, pari al 7% del totale, il Belpaese si posiziona infatti al 4° posto della classifica del produttori continentali di idrogeno, dietro solo a Germania, Olanda e Polonia.

Un output, quello italiano, assorbito – come capita anche in molti altri Paesi europei – per la quasi totalità dall’industria della raffinazione, che utilizza l’H2 nei suoi processi produttivi. Sono poche le eccezioni, come Polonia e Lituania, dove il grosso della domanda proviene dai produttori di ammoniaca, e Norvegia, dove il principale consumatore di idrogeno è Shell, che lo utilizza nel suo impianto di produzione di metanolo a Tjeldbergodden.

Questo per quanto riguarda il passato e il presente, mentre guardando al prossimo futuro il report di Hydrogen Europe passa in rassegna 12 dei principali progetti già annunciati per la produzione di ‘low-carbon hydrogen’, intendendo con questa formula sia l’idrogeno verde prodotto con elettrolisi sia l’idrogeno blu prodotto da fonti fossili con cattura della CO2. L’unico menzionato in Italia è Ravenna CCS, promosso dall’Eni (che parteciperà ad un’iniziativa simile anche in Gran Bretagna), che prevede appunto la produzione di H2 blu e l’utilizzo di giacimenti offshore esausti ubicati nell’Adriatico per lo stoccaggio dell’anidride carbonica. Ma, anche se il ‘Monitor’ non lo menziona, vale la pena ricordare un altro progetto – in fase ancora embrionale ma già ben definito – che verrà realizzato sempre in Adriatico, ovvero AGNES, che coinvolge anche il gruppo Saipem e che prevede la produzione di idrogeno verde su alcune piattaforme offshore non più in uso.

Ci sono poi una serie di progetti di particolare rilevanza e ‘respiro’ internazionale, che sono in fase di definizione nel contesto di quello dovrebbe essere un nuovo IPCEI (Important Project of Common European Interest) focalizzato sull’H2 e che sono stati presentanti nel corso della conferenza Hydrogen for Climate Action svoltasi a fine 2019.

In almeno due di questi – riferisce l’European Clean Hydrogen Monitor – sono coinvolti soggetti italiani. Il primo è il progetto denominato ‘Silver Fog’, che prevede la produzione di grandi quantità di idrogeno tramite l’installazione di 10 GW di capacità di elettrolisi addizionale e il trasporto dell’H2 verso impianti siderurgici e chimici attraverso la rete del gas esistente. Il Silver Fog è promosso da 6 aziende provenienti da Belgio, Germania, Italia, Ungheria e Danimarca.

Ma il nostro Paese, insieme a Spagna, Olanda, Belgio e Germania, è anche tra i partner del progetto ‘Blue Dolphin’ che mira ad adattare 4 porti europei e 2 cantieri navali all’utilizzo di idrogeno in ambito marittimo, prevedendo l’installazione di 0,6 GW di nuova capacità di elettrolisi nonché la costruzione di 6 navi cisterna, 10 navi passeggeri e 30 chiatte, ovviamente tutte alimentate ad H2.

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