I 5 ostacoli che frenano lo scale-up dell’idrogeno secondo l’ultimo report di PwC

I progetti di produzione di idrogeno annunciati in Europa sarebbero più che sufficienti per raggiungere gli obbiettivi fissati dall’Unione Europea per il 2030 (almeno 10 milioni di tonnellate all’anno di output interno di H2 green, a cui aggiungere altri 10 milioni di tonnellate in import). Il problema è la difficoltà, e la lentezza con cui i piani degli sviluppatori riescono a diventare realtà, a causa di una serie di problematiche – sia strutturali sia contingenti – che stanno frenando lo scale-up della hydrogen economy continentale.

È ciò che sottolinea il colosso globale della consulenza PwC nel suo recente report ‘Navigating the hydrogen ecosystem’ (scaricabile liberamente a questo link): nulla di nuovo, ovviamente, ma l’ennesima conferma, dati alla mano, che la filiera in Europa si sta sviluppando troppo lentamente per raggiungere i target fissati da Bruxelles. Oppure, invertendo il punto di vista, che gli obbiettivi individuati dalle istituzioni erano forse troppo ambiziosi, quantomeno in termini di tempistiche ipotizzare per la transizione.

Secondo PwC, infatti, attualmente i progetti di ‘clean hydrogen’ (termine che comprende sia la variante verde sia quella blu) annunciati cubano 840 GW a livello globale, ma quelli che hanno già raggiunto la FID arrivano appena a 15 GW, ovvero l’1,8% del totale.

Nel contesto specifico dell’Europa, i progetti annunciati hanno una capacità di elettrolisi complessiva di 200 GW, valore ben maggiore di quello necessario (calcolato in 120 GW) per poter produrre 10 milioni di tonnellate all’anno di idrogeno verde, come previsto dal REPowerEU (con tutta questa capacità in funzione si potrebbero produrre 17 milioni di tonnellate di H2 green all’anno).

Ma – come evidenzia il report – il problema sta nel fatto che all’interno dell’UE i progetti di elettrolisi che hanno raggiunto la FID ammontano soltanto (dato di fine 2023) a 3 GW: una crescita percentuale importante rispetto al 2021, quando i progetti con FID deliberata ‘cubavano’ solo 1 GW, ma assolutamente insufficiente per pensare di poter rispettare i target del 2030, che richiederebbero l’installazione di almeno 20 GW di nuova capacità produttiva ogni anno.

Ma perché passare dalle parole ai fatti, nella nascente economia dell’idrogeno, è ancora così complesso?

PwC ha individuato – nel suo dossier – 5 ragioni specifiche, la prima delle quali riguarda i costi elevati dell’H2, che riducono considerevolmente la platea di potenziali off-taker e impediscono così a investitori e sviluppatori di poter implementare business model profittevoli.

In secondo luogo, sempre per quanto riguarda l’aspetto economico del problema, i costi di investimento iniziali (nonostante i contributi pubblici) restano molto elevati, e quindi rendono difficile riuscire a costruire impianti di larga scala che potrebbero contribuire a ridurre il prezzo finale dell’idrogeno ampliando il mercato di questo combustibile. Una situazione ulteriormente esacerbata dai tassi di inflazione e dai costi delle forniture, che negli ultimi anni si sono mantenuti in costante incremento.

Come terzo ostacolo alla crescita del settore il report individua le difficoltà che i Governi hanno avuto e continuano ad avere nell’implementare misure di supporto sufficientemente incisive. In Europa, nello specifico, l’erogazione dei fondi IPCEI per l’idrogeno è in forte ritardo, e l’introduzione dei sussidi tramite ‘contracts for difference’ è avvenuta soltanto di recente.

Al quarto posto nella lista delle problematiche che affliggono il settore, PwC inserisce la carenza di un quantitativo sufficiente di energia rinnovabile per produrre H2 green, nonché la difficoltà di conciliare il vincolo della contemporaneità imposto dalla normativa europea con le necessità degli off-taker (specie industriali) di avere forniture continue e costanti.

Infine – quinto e ultimo ostacolo individuato nell’analisi – la carenza di infrastrutture per lo stoccaggio e il trasporto di clean hydrogen verso i potenziali consumatori costituisce una barriera alla sua diffusione. Lo stoccaggio, in particolare, è essenziale anche per superare una delle problematiche legate al punto precedente, ovvero la difficile compatibilità tra la natura intermittente della produzione di H2 rinnovabile e le esigenze dei consumatori industriali.