Idrogeno e geopolitica: qualche rischio ma anche grandi opportunità, soprattutto per l’Italia

di Francesco Bottino

Lo sviluppo dell’idrogeno avrà un impatto geopolitico rilevante, costituendo una nuova variabile in grado di mutare gli attuali equilibri. Una dinamica che presenta qualche rischio per l’Europa, costituito in primis dalle mire di Pechino che ha già palesemente dimostrato di voler raggiungere la leadership tecnologica e industriale anche in questo campo (contendendola proprio al Vecchio Continente), ma che potrebbe offrire grandi opportunità, sopratutto all’Italia che ha molte delle caratteristiche adatte per candidarsi quale hub continentale dell’H2.

E’ questo, a grandi linee, il quadro emerso nel corso del webinar “Il fattore idrogeno nel contesto globale: implicazioni geopolitiche, impatti economici e scenari mediterranei”, primo di una serie di tre seminari online (di cui Hydronews è media partner) organizzati dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale per approfondire vari aspetti relativi allo sviluppo della filiera dell’idrogeno, con particolare riferimento al sistema portuale nazionale.

Le ragioni di questo interesse dell’authority che governa i porti di Livorno e Piombino (confermato anche dall’ingresso dell’ente nella European Clean Hydrogen Alliance) nei confronti dell’H2 le ha spiegate il Presidente Stefano Corsini: “Il porto di Livorno ha una solida esperienza in tema di GNL, anche grazie al rigassificatore, ma ormai riteniamo che il gas sia in discesa e che sia il caso di pensare a qualcosa di nuovo, come l’idrogeno. La nostra authority ha una tradizione di sensibilità all’innovazione e, anche in questo caso, vorremmo muoverci per tempo e farci trovare pronti”.

Se a questo si aggiunge la considerazione – espressa da Francescalberto De Bari, funzionario dell’AdSP – circa il fatto che “le Autorità di Sistema non possono prescindere da un elemento come quello della sostenibilità ambientale nella loro attività programmazione dei porti, che sono snodi fondamentali della rete dei trasporti ma anche di quelle dell’energia”, ecco spiegata la forte attenzione a tecnologie emergenti come appunto quelle legate all’idrogeno.

I temi ricorrenti in tutti gli interventi del webinar, incentrato come detto sui risvolti geopolitici e moderato dal giornalista Senio Bonini di Rainews24, sono sostanzialmente due: le opportunità per l’Italia e le mire egemoniche della Cina che riguardano ormai in modo palese anche il settore dell’idrogeno.

Il primo a prendere la parola è stato Alessandro Viviani, Senior Consultan di The European House – Ambrosetti, che dopo aver illustrato le risultanze dello studio H2 Itay 2050, realizzato in collaborazione con Snam e presentato ufficialmente a inizio settembre nel corso del forum di Cernobbio, ha spiegato: “Ogni Paese sta definendo la propria strategia in tema di H2. Per esempio, l’Australia punta a diventare uno dei produttori leader di idrogeno, generato con energia eolica e poi esportato via nave in forma liquida, mentre la Cina guarda poco al ‘colore’ dell’idrogeno ma mira invece a prendersi anche in questo campo la leadership tecnologica globale”.

Uno scenario in cui, comunque, non mancheranno opportunità per l’Italia: “Oltre allo sviluppo delle tecnologie ‘core’, come elettrolizzatori, sistemi per la CCS (Carbon Capture e Storage) e fuel cell, lo scale-up dell’idrogeno darà anche impulso ad una serie di tecnologie che potremmo definire ancillari, oggi già utilizzate con altri combustibili ma che potranno essere adattate all’H2, e in cui l’Italia vanta già una solida ledadership industriale”.

Inoltre, secondo Viviani, l’altro fattore di vantaggio competitivo per il nostro Paese è costituito dalla sua posizione geografica, che insieme alla vasta rete di gasdotti e “ne fanno un ponte naturale tra il Nord Africa, dove verosimilmente si concentrerà una quota rilevante della futura produzione di idrogeno verde, e i mercati di consumo dell’Europa centro-settentrionale e in particolare della Germania, Paese che nella sua strategia ha già previsto di ricorrere all’import per poter soddisfare il futuro fabbisogno di H2 che la sola produzione interna non sarà in grado di saturare”.

Lo schema che vede grandi centri di produzione in Nord Africa e poi export verso l’Italia e quindi vero il resto dell’Europa è centrale anche nell’intervento di Luca Franza, Responsabile del Programma Energia, Clima e Risorse di I.A.I – Istituto Affari Internazionali.

“Il nostro Paese ha buoni livelli di irrorazione solare e quindi diversi studi stimano che da noi la parità di costo tra idrogeno verde e idrogeno grigio potrà essere raggiunta 5 o anche 10 anni prima rispetto per esempio alla Germania, quindi avrà certamente senso una produzione nazionale di H2 green, che però non sarà sufficiente. Per questo acquisisce rilevanza l’ipotesi della produzione nordafricana”.

Franza ha infatti ricordato che sulla sponda sud del Mediterraneo l’irrorazione solare è abbondante e costante, i costi di stoccaggio e di manodopera sono più bassi e la disponibilità di spazi per realizzare nuovi impianti è enorme, “fattori che renderanno l’idrogeno verde prodotto in Nord Africa decisamente competitivo dal punto di vista del prezzo”.

E’ a questo punto della ‘catena’ che l’Italia può entrare in gioco, “grazie all’esistenza di un vasto network di infrastrutture per il trasporto del gas già esistenti e collegate proprio con il Nord Africa, che potranno essere adattate per trasportare anche idrogeno, molecola che diventerà così un vettore per distribuire energia rinnovabile in Europa”. Oltre a questo è poi possibile immaginare che una quota di H2 possa essere liquefatto e trasportato via nave, “esattamente come avviene per il gas naturale. Il GNL spedito via nave ha una maggiore flessibilità per quanto riguarda le destinazioni e quindi consente agli esportatori di raggiungere un maggior numero di potenziali acquirenti. Uno scherma che, tecnologia permettendo, avrebbe senso applicato anche all’idrogeno e aprirebbe nuove opportunità di business per i porti italiani”.

Che l’idrogeno possa costituire un fattore di sviluppo per i porti lo ha confermato nel suo intervento anche Manfred Hafner, Scientific Coordinator del Programma di Ricerca “Future Energy Program” di FEEM – Fondazione ENI Enrico Mattei: “Già oggi i principali centri di produzione dell’idrogeno, concentrati in Germania e Olanda (che pesano per il 47% dell’output globale di H2), sono ubicati nei principali hub industriali a loro volta contigui ai grandi porti nordeuropei. Questo testimonia la stretta connessione, che potrà svilupparsi ancor di più in futuro, tra produzione di idrogeno e scali marittimi”.

Hefner è quindi tornato sulla ‘questione’ cinese, ricordando che “la Repubblica Popolare ha iniziato a investire sulle tecnologie per l’idrogeno molto più tardi degli altri Paesi, solo a partire dal 2015, ma sta accelerando per raggiungere lo stesso primato che già oggi detiene, anche in ragione delle sue dimensioni ovviamente, nel campo delle energie rinnovabili”.

Se quindi le opportunità per l’Italia e anche per il suo sistema portuale non mancano, non va dimenticato che la diffusione dell’idrogeno in ambito marittimo, specie come carburante per le navi, presenta ancora molte sfide tecnologiche da superare: “L’H2 in forma liquida deve essere mantenuto a temperature molto basse, al di sotto dei -250 gradi. Una soluzione – secondo Michel Noussan, Senior Research Fellow nel Programma di Ricerca “Future Energy Program” di FEEM – potrebbe essere costituita dall’ammoniaca, che è più gestibile anche se tossica, aspetto che andrà adeguatamente affrontato”. Inoltre, ha aggiunto Noussan, “ricordiamoci che entrambi questi combustibili occupano molto più spazio a bordo dei fuel navali tradizionali e quindi un loro utilizzo presupporrebbe una revisione totale degli schemi di progettazione di cisterne e serbatoi”.

A tirare le somme del webinar, tornando ad affrontare il piano più prettamente politico, è stato il Professor Giovanni la Via, Direttore Generale Università degli Studi di Catania, ex Presidente della Commissione Ambiente, Sanità Pubblica e Sicurezza Alimentare del Parlamento Europeo: “L’idrogeno è eccezionale per la decarbonizzazione. Fino ad oggi ha avuto utilizzo limitato, ma ha grandi potenzialità per il futuro. Il problema, per quanto riguarda l’Italia almeno, è che siamo ancora indietro sulla pianificazione: guardiamo troppo alla contingenza ma non ci occupiamo della prospettiva. L’H2 costituirà ¼ dei consumi energetici globali nel 2050: se diventassimo un hub internazionale potremmo avere un ruolo geopolitico molto importante. I tempi di questa transizione saranno lunghi, ma dobbiamo iniziare un percorso adesso, altrimenti non riusciremo ad arrivare al traguardo”.

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