Idrogeno & shipping: Hydrogen Europe presenta il suo ‘policy paper’, con i conti su quanto H2 sarà necessario

L’idrogeno e i fuel da esso derivati, a partire dall’ammoniaca, hanno un’enorme potenziale per decarbonizzare l’industria marittima. In molti ormai ne sono convinti, e tra essi c’è l’associazione Hydrogen Europe, che intende porsi come “catalizzatore di questo processo” di diffusione dell’H2 nello shipping, e che ha appena pubblicato a riguardo un ‘policy paper’ intitolato “How Hydrogen Can Help Decarbonise The Maritime Sector”, scaricabile del sito internet dell’organizzazione.

Obbiettivo del documento è quello di definire lo scenario e individuare anche le sfide e le problematiche correlate, che non sono poche – come riconosce la stessa Hydrogen Europe – e che riguardano aspetti sia tecnici sia economici e regolatori.

Ostacoli che tuttavia non devono impedire di iniziare subito il lavoro necessario a consentire la diffusione dell’idrogeno e dei suoi derivati in ambito marittimo, senza i quali l’industria dello shipping non sarà in grado di dercabonizzare le proprie attività e quindi di raggiungere gli obbiettivi in termini di riduzione delle emissioni fissati dall’Unione Europea e dall’IMO (International Maritime Organizzation).

Senza una serie di azioni mirate, infatti, per i ‘first mover’ – i primi operatori che decideranno di adottare soluzioni innovative legate all’H2 – sarà troppo svantaggioso investire risorse rilevanti senza la certezza di un reale ritorno.

Per l’associazione uno dei primi passi da compiere è quello di inserire lo shipping nel sistema degli ETS (il mercato dei certificati della CO2), che tuttavia da solo non sarà sufficiente. Sarà infatti necessaria anche la costituzione di un fondo tramite cui poter remunerare i citati ‘first mover’, che apriranno la strada in termini di sviluppo e adozione delle nuove tecnologie per la propulsione navale a idrogeno, e che consenta di finanziare attività di ricerca e sviluppo in questo ambito.

Ma, ancora, tutto questo non sarà sufficiente per riuscire davvero nell’intento: a livello europeo, e precisamente nell’ambito dell’iniziativa FuelEU Maritime, sarà fondamentale – secondo Hydrogen Europe – definire dei target per il 2030 in relazione alla quota di idrogeno e di fuel derivati da raggiungere rispetto alla domanda totale di combustibili ad uso marittimo.

Ovviamente, affinché le previsioni e le direttive trovino concreata applicazione, serviranno anche importanti investimenti sul versante delle infrastrutture: per l’associazione la velocità con cui l’H2 potrà diffondersi nello shipping dipenderà in larga misura dalla capacità che i porti del continente avranno di stoccare, e quindi di rendere disponibile ai futuri utenti, sufficienti quantitativi di idrogeno verde e di fuel derivati.

Gli scali marittimi, nella vision di Hydrogen Europe, dovranno infatti diventare delle vere e proprie ‘hydrogen valley’ dove produrre, stoccare, all’occorrenza importare e poi distribuire questi fuel H2-based in differenti applicazioni. Per questo sarà fondamentale la collaborazione tra tutti gli operatori della catena logistica, comprese le istituzioni, col fine di delineare programmi di sviluppo e tempistiche dei progetti.

Quello che è certo è che, se davvero l’H2 si diffonderà come previsto – e auspicato – nello shipping, si renderà necessaria un’enorme quantità di idrogeno, e a tal proposito Hydrogen Europe fa anche i conti: per consentire a tutte le navi monitorate nell’ambito della Monitoring Reporting and Verification (MRV) Regulation europea di alimentarsi in questo modo, saranno necessari ogni anno 15 milioni di tonnellate di idrogeno. E, assumendo che l’intero quantitativo sia costituito dalla variante verde, per produrlo sarà necessaria una capacità di elettrolisi pari a circa 200 GW.

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