Il ‘modello idrogeno’ di Enel, green e decentrato, non teme la concorrenza cinese

di Francesco Bottino

Il rischio che l’Europa possa essere ‘invasa’ da idrogeno di produzione cinese è decisamente improbabile, almeno secondo il Direttore generale di Enel Italia Carlo Tamburi, ascoltato nei giorni scorsi in audizione dalla Commissione Esteri della Camera dei Deputati.

Parlando di H2, Tamburi ha ribadito che per Enel “l’idrogeno è solo quello verde, prodotto tramite elettrolisi dell’acqua alimentata con fonti rinnovabili. E’ l’unico che abbia senso secondo noi”. Posizione già espressa in modo esplicito in più occasioni dai vertici del gruppo energetico italiano, e che si basa sulla convinzione che il prezzo dell’idrogeno verde possa ridursi rapidamente nel medio periodo.

“Enel fa parte di molti tavoli di ricerca e sviluppo per fare in modo che il costo di produzione dell’H2 green possa diventare competitivo. Oggi non lo è, ma con gli investimenti necessari molto probabilmente lo diventerà tra qualche anno” ha infatti auspicato Tamburi, ricordando poi che l’azienda è impegnata attivamente in questo nuovo mercato e, in Italia, ha firmato un accordo con Eni che prevede la fornitura di idrogeno verde ad alcune delle raffinerie del ‘cane a sei zampe’.

Rispondendo quindi alla domanda di un deputato riguardo i possibili rischi di una concorrenza cinese nel mercato dell’idrogeno, così come avvenuto per esempio nelle tecnologie destinate al fotovoltaico (e in molti altri settori), il numero uno di Enel Italia si è detto fiducioso che ciò non avvenga: “Non credo che la Cina ci farà concorrenza sull’idrogeno. C’è un tema di distribuzione fisica e mi pare difficile immaginare che la produzione possa essere così lontana dai centri di consumo”.

Tamburi, fornendo questa interpretazione, ha quindi ribadito un altro dei pilastri della strategia di Enel in tema di H2, che guarda – così come molti altri stanno facendo – alla realizzazione, piuttosto che di grandi hub di produzione dell’idrogeno, alle cosiddette ‘hydrogen valley’, aree circoscritte dove “la produzione – derivante dalle rinnovabili, perché questa è la nostra precondizione – sia fisicamente molto vicina ai centri di consumo”.

Un modello che costituirebbe “una barriera fisica alla diffusione della tecnologie e quindi della produzione energetica cinese”.

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