Italia tra i maggiori beneficiari dello ‘scale-up’ dell’idrogeno, secondo uno studio della FCH 2 JU

di Francesco Bottino

L’Italia potrebbe essere uno dei Paesi europei a trarre maggior beneficio dal consolidamento di un’industria dell’idrogeno nel corso del prossimo decennio.

E’ quanto emerge dallo studio “Opportunities forHydrogen Energy Technologies considering the National Energy & Climate Plans” commissionato alla società specializzata Trinomics dalla partnership europea Fuel Cells and Hydrogen 2 Joint Undertaking (FCH 2 JU), i cui risultati sono stati recentemente resi pubblici.

L’approfondito dossier (consultabile liberamente sul sito della FCH) ha come obbiettivo quello di analizzare il ruolo dell’idrogeno nei piani nazionali dell’energia e del clima (il PNIEC in Italia) degli Stati membri dell’UE e di mettere a fuoco il contributo che lo sviluppo della filiera dell’H2 potrà dare al raggiungimento degli obbiettivi climatici al 2030 fissati da Bruxelles.

Del corposo e molto articolato report fa parte anche una tabella, in cui gli estensori riassumono schematicamente la domanda di idrogeno prevista in ogni Paese, la capacità di elettrolisi installata e l’impatto i termini di valore aggiunto e posti di lavoro dello sviluppo di questo settore, il tutto declinato in due scenari al 2030: uno ‘basso’, in cui si ipotizza una domanda europea di idrogeno pari a 42 TW/h e uno ‘alto’, in cui lo stesso parametro è fissato a 183 TW/h.

In entrambi i casi, scorrendo i numeri, appare chiaro che l’Italia sarebbe tra i primi beneficiari a livello continentale di un potenziale scale-up della filiera dell’H2: anzi, per diversi aspetti il secondo Paese europeo dopo la Germania per entità dell’impatto positivo.

Il Belpaese potrebbe infatti generare una domanda di idrogeno pari a 4 o 20 TW/h annui nel 2030, a seconda dello scenario considerato: valori identici a quelli di Francia e Regno Unito, e inferiori solo a quelli della Germania (9-41 TW/h). Stesso discorso per la capacità di elettrolisi installata al 2030: per l’Italia lo studio stima un range, sempre a seconda dello scenario preso in considerazione, tra 1,3 e 6,7 GW. Anche in questo caso a fare meglio è soltanto la Germania, con 3-13,7 GW, mentre Francia e Gran Bretagna restano dietro, con – rispettivamente – 1,2-5,3 GW e 1,1-5,6 GW. Italia tra i primi Paesi anche per impatto dello sviluppo del settore sull’import di idrocarburi: la diminuzione dell’acquisto di questo tipo di combustibili, possibile grazie alla diffusione dell’idrogeno, sarebbe infatti compresa tra 7 e 26 TW/h annui, ovviamente meno della Germania (19-67 TW/h annui) ma circa pari a Francia (8-27 TW/h annui) e Gran Bretagna (7-27 TW/h annui).

Interessante poi il computo del valore aggiunto potenzialmente generato dal settore, che in Italia sarebbe compreso tra 779 milioni e 3,51 miliardi di euro. In questo caso, Germania a parte (1,91-7,62 miliardi di euro), si tratta del valore maggiore di tutta l’UE, con Francia e Gran Bretagna che si fermano a 669 milioni-2,68 miliardi la prima e 664 milioni-2,94 miliardi la seconda. Infine c’è l’aspetto occupazionale, ambito in cui il nostro Paese si posiziona al terzo posto, con nuovi posti di lavoro generati dal settore idrogeno al 2030 compresi tra 11.509 e 41.760 unità. Davanti la Germania, con 23.192-82.799 unità, e la Gran Bretagna, con 12.532-45-975 unità. Dietro invece la Francia, Paese in cui lo sviluppo di una filiera dell’H2 potrebbe generare, entro il 2030, nuovi posti di lavoro per 10.379-33.648 unità.

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