L’idrogeno è già un business ‘concreto’ per Westport Fuel Systems

di Francesco Bottino

Per il gruppo canadese Westport Fuel Systems (WFS) – specializzato nelle tecnologie per la mobilità a GPL e metano – l’idrogeno non è solo uno slogan o una futuristica opportunità, ma un business concreto: “Magari non lo abbiamo sbandierato molto finora, ma il nostro gruppo opera già da anni in questo mercato con un fatturato vero, che arriva a diversi milioni di euro, derivato peraltro dalla vendita di prodotti realizzati in Italia” spiega ad HydroNews Marco Seimandi, Vice President Sales & Marketing Westport Fuel Systems.

L’azienda è basata a Vancouver ed è quotata sia al TSX di Toronto – la borsa canadese – che al NASDAQ di New York ma ha uno storico e forte legame col Belpaese, dove dispone di 3 stabilimenti: uno a Cherasco (Cuneo), uno a Brescia e uno ad Albinea (Reggio Emilia).

Come detto WFS ha una presenza consolidata nel mercato della componentistica per l’idrogeno, ma sta anche mettendo a punto, in questo ambito, una tecnologia innovativa destinata ai mezzi pesanti ad H2: “Quando si parla di mobilità ad idrogeno, specie per l’Heavy Duty, si pensa subito e solo alle fuel cell. È vero che sono la tecnologia dominante, ma non l’unica. Noi, per esempio, crediamo molto nello sviluppo del motore a combustione interna alimentato con questo vettore energetico, e stiamo mettendo a punto un sistema chiamato HPDI – High Pressure Direct Injection”.

In realtà si tratta di una tecnologia già oggi usata sui camion a metano e GNL (per esempio dal gruppo Volvo), ma con l’H2 – secondo Seimandi – “si sposa ancor meglio”. Riesce infatti ad esprimere livelli di efficienza addirittura superiori rispetto all’utilizzo con il GNL o con il metano, a fronte però di emissioni di CO2 prossime allo zero”.

L’applicazione della tecnologia HPDI – il prodotto ‘di punta’ di Westport – all’idrogeno presenta poi ulteriori vantaggi: “Ha un TCO (Total Cost of Ownership) assimilabile a quello dei sistemi a fuel cell (con cui condivide anche i serbatoi alla pressione di 700 bar per contenere l’idrogeno a bordo), ma consente di sfruttare una soluzione, quella del motore a combustione interna, matura e collaudata, e di preservarne quindi la catena del valore, gli investimenti, le competenze professionali ed i relativi posti di lavoro”. Inoltre, presenta un elevato grado di flessibilità: “Parliamo di sistemi di propulsione derivati da quelli diesel, che utilizzano una minima frazione di gasolio per l’accensione dell’H2 ma che all’occorrenza (in mancanza, per esempio, di un impianto di refueling di H2 nelle vicinanze) possono utilizzare questo fuel ‘tradizionale’ per brevi spostamenti di servizio”. E quando vengono alimentati a idrogeno, garantiscono autonomia, potenza e coppia pari ad un classico truck diesel.

Westport sta lavorando allo sviluppo di questa soluzione, ad oggi ancora in fase sperimentale, nel proprio centro R&D di Vancouver, anche a mezzo di programmi di sviluppo condotti con partner importanti fra i quali Scania. “L’attività procede e contiamo di poter arrivare ad un’applicazione commerciale entro il 2027-28. Ma nel frattempo – rivela il manager di WFS – stiamo dialogando con altri importanti costruttori europei di camion, che potrebbero essere interessati a sperimentare questa tecnologia”.

Un altro studio, questa volta basato su simulazioni numeriche e realizzato in partnership con AVL, si è concentrato invece sul TCO di questi mezzi, dando risultati incoraggianti, che consentono previsioni ottimistiche: “Sicuramente ci vorrà del tempo, perché la strada è ancora lunga, ma mi sento di dire che la fattibilità tecnica e la sostenibilità economica di questa soluzione, ormai, non sono in discussione”.

Se questo, quindi, è il futuro verso cui si guarda nel quartier generale canadese e nelle filiali italiane del gruppo, per Westport l’idrogeno è anche una ‘fetta’ non indifferente del business attuale, grazie alla produzione di componenti per gli stoccaggi come valvole e riduttori di pressione, che vengono realizzati nello stabilimento di Brescia ma venduti quasi interamente all’estero. “Parliamo di un fatturato, per questo segmento di attività, nell’ordine di alcuni milioni di euro nel 2020, originato in gran parte dalla Cina e per la parte restante dal Nord America”.

Per WFS quindi l’H2 è già una realtà, che promette di diventare sempre più significativa all’interno del bilancio del gruppo canadese: “Sono convinto – conclude infatti Seimandi – che entro un decennio i camion a idrogeno, magari con diverse tecnologie, saranno una realtà diffusa. L’Italia dispone delle competenze e della filiera tecnologica per sviluppare questo mercato, ma c’è bisogno di attenzione e sostegno da parte dello Stato. Devo dire, però, che nel PNRR sono state stanziate risorse importanti per la realizzazione dell’infrastruttura per il refueling dell’H2, e questo è certamente un buon segnale”.

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