L’integrazione tra idrogeno e rinnovabili va ‘in scena’ all’Energyear 2021 di Milano

Milano – Il ruolo dell’idrogeno sarà determinante nel processo di transizione energetica per decarbonizzare i settori cosiddetti ‘hardo to abate’, come l’industria pesante, il trasporto stradale di merci e, in una seconda fase, anche lo shipping e l’aviazione. Un ruolo riconosciuto dell’Europa con la sua strategia per l’H2, e anche dall’Italia, che per lo sviluppo di questo settore ha stanziato oltre 3,5 miliardi di euro nel PNRR puntando sulla value chain dell’idrogeno come fattore di competitività per il Paese.

Il percorso non sarà privo di ostacoli, e dovrà realizzarsi valorizzando la collaborazione tra tutti i soggetti della filiera, e in particolare con l’industria delle energie rinnovabili: l’idrogeno verde non va infatti visto come alternativa, o peggio, antitesi, rispetto all’elettrificazione, ma invece come suo complemento e come strumento per portare le rinnovabili, sotto forma di molecola, dove non riuscirebbero ad arrivare in forma di elettrone.

Di questo hanno discusso gli speaker del panel ‘Idrogeno verde. Scenario attuale e opportunità future’, tenutosi a Milano nell’ambito della fiera-convegno Energyear Italia 2021e moderato dal direttore di HydroNews Francesco Bottino.

E proprio del rapporto simbiotico tra rinnovabili e idrogeno verde ha parlato di Stefano Socci, Hydrogen Strategy and Origination Manager di Vector Renewables, ricordando il tema centrale dei costi di produzione dell’H2, in termini di capex e di opex, e sottolineando il fatto che “almeno in questa fase, lo sviluppo di un progetto parte dall’analisi delle necessità dell’off-taker per definire il dimensionamento e le caratteristiche degli impianti”.

In quest’ottica, “risulta particolarmente rilevante l’ottimizzazione dei costi di sistema, su cui influisce anche la massimizzazione delle ore di utilizzo dell’elettrolizzatore, obbiettivo che può essere raggiunto con l’introduzione di batterie per lo stoccaggio dell’energia”.

Socci ha quindi parlato delle nuove opportunità che il mercato dell’H2 green potrà creare per gli sviluppatori di rinnovabili, “che vedranno ampliarsi la platea di potenziali clienti” e che potranno avere nell’idrogeno generato tramite elettrolisi “uno strumento per lo stoccaggio stagionale dell’energia”. Infine, da non sottovalutare, per il manager di Vector, “le potenzialità commerciali dell’ossigeno, prodotto insieme all’idrogeno nell’ambito del processo di elettrolisi”.

Se quindi un elemento determinante per lo sviluppo della filiera dell’idrogeno verde è costituto dall’energia rinnovabile, in termini di formazione del costo finale del vettore ma anche di capacità produttiva, l’altro fattore chiave è costituito dalla tecnologia, come ha ricordato Andrea Franchini, Sales Director Industrial Applications Solutions di Siemens Energy: “Dobbiamo tener presente che per raggiungere gli obbiettivi fissati dall’UE in termini di diffusione dell’H2 come fuel per l’industria e i trasporti, dovremo produrre enormi quantitativi di gas, e quindi utilizzare altrettanto considerevoli volumi di energia rinnovabile”. Me per rendere più efficiente questo percorso e ‘scalare’ il mercato, lo sviluppo tecnologico è determinante: “Siemens Energy ha iniziato a mettere a punto i primi prototipi di elettrolizzatore, con capacità di alcune centinaia di Kw, già una decina di anni fa. Oggi puntiamo sulla tecnologia PEM, che ha alcuni vantaggi rispetto alla più tradizionale AEM, e viaggiamo su livelli di capacità di 15-20 MW”. Ma ovviamente la strada è ancora lunga: “Dobbiamo riuscire a crescere di un fattore 10 entro 4 o 5 anni, per raggiungere poi il target di 1 GW di capacità di elettrolisi di un singolo impianto entro il 2027-2028”. Un risultato che – ha sottolineato Franchini – “consentirebbe di ridurre sensibilmente i capex degli elettrolizzatori”.

Prodotto grazie all’energia rinnovabile e agli impianti di elettrolisi, l’idrogeno verde andrà quindi trasportato e distribuito ai futuri ‘end user’, molti dei quali dovranno adattare il loro ciclo industriale allo swtich dai combustibili fossili all’H2.

Passaggio su cui si sta concentrando Snam, che ha già concluso positivamente diversi test relativi alla consegna ad utenti industriali di mix metano-idrogeno e che – ha assicurato Giovanna Pozzi, Head of Renewables Development della Hydrogen Business Unit di Snam – “ha verificato come il 70% della rete gestita sia già ‘hydrogen ready’, ovvero già in grado di trasportare anche il 100% di idrogeno. Ora stiamo svolgendo test analoghi anche sulle stazioni di compressione e sui siti di stoccaggio”.

La manager di Snam ha quindi ribadito il ruolo strategico che l’Italia potrà giocare, grazie alla sua posizione geografica e alla ramificazione della sua rete di gasdotti, come ponte logistico per il trasporto di idrogeno verde prodotto in aree dove l’abbondanza di sole e vento renderà il suo costo competitivo (come il Medio Oriente e il Nord Africa) verso i mercati di destinazione finale dell’Europa centrale, i cui elevati livelli di domanda dovranno per forza di cose essere soddisfatti ricorrendo ad una quota di import internazionale.

Se infatti attualmente la maggior parte dei progetti di produzione di idrogeno verde a livello europeo vedono tra i partner anche gli utilizzatori finali del vettore, che collaborano fin dall’inizio allo sviluppo dell’iniziativa e assicurano uno sbocco commerciale, è verosimile immaginare un progressivo processo di ‘commoditizzazione’ dell’idrogeno verde, “e a quel punto le dinamiche di prezzo dell’H2 inizieranno a scindersi da quelle relative al costo di produzione” ha spiegato Miguel González, Hydrogen Business Development Director di Enoi Energy. “Oggi il mercato dell’idrogeno è totalmente captive: il vettore viene consumato quasi integralmente da chi lo produce, ma in futuro le cose cambieranno e sarà la domanda di H2 da parte di un mercato di dimensioni sempre maggiori a determinare il prezzo di vendita di quella che sarà diventata a tutti gli effetti una commodity energetica”.

Difficile, secondo González, fare previsioni, “ma è chiaro che andrà tenuto in considerazione il potere di decarbonizzazione dell’idrogeno verde. Quando i limiti alla CO2 scenderanno ulteriormente, e prevedibilmente il costo dei certificati salirà, chi emette avrà solo due opzioni: attuare processi di CCS oppure utilizzare idrogeno verde come combustibile. E ovviamente il prezzo di mercato di quest’ultimo si muoverà di conseguenza, slegandosi dall’effettivo costo di produzione”.

A concludere il percorso, partito dalla produzione con rinnovabili e tecnologia e passato per il trasporto e la distribuzione e per la creazione di un vero e proprio mercato dell’idrogeno verde come commodity energetica, è stata Cristina Maggi, Direttrice di H2IT, l’Associazione Italiana dell’Idrogeno e delle Celle a combustibile, sottolineando ancora una volta l’importanza della collaborazione tra i diversi player della nascente filiera dell’idrogeno, un obbiettivo a cui lavora attivamente l’organizzazione il cui numero di soci, trasversali a tutta la catena del valore, “è aumentato sensibilmente negli ultimi 2 anni, confermando il crescente interesse verso questo vettore energetico sostenibile”.

Anche in questo caso, comunque, il cammino non sarà breve o privo di ostacoli: “Abbiamo bisogno di percorsi di formazione specializzata, per preparare figure tecniche che ad oggi, almeno in Italia, non esistono, e di comunicare efficacemente ai cittadini i vantaggi connessi allo sviluppo dell’idrogeno per tutto il sistema-Paese, evitando così di lasciar lievitare paure infondate e dettate soltanto da una mancata conoscenza dell’argomento”.

E sempre in tema di criticità da affrontare e risolvere per favorire la diffusione dell’idrogeno verde, tutti i panelist dell’evento sono stati concordi nell’individuare la questione del prezzo dell’H2, su cui sarà necessario intervenire con opportuni incentivi pubblici, che dovranno riguardare non soltanto la produzione ma anche il consumo e la filiera tecnologica di riferimento, e la carenza normativa che rallenta ulteriormente l’iter autorizzativo dei nuovi progetti di H2, già particolarmente complesso a causa dell’arcinota macchinosità della burocrazia italiana.

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