Prof. Romagnoli (Unimore): “Un ‘manifesto’ per costituire un distretto industriale dell’idrogeno in Emilia Romagna”

di Francesco Bottino

Creare in Emilia Romagna, con il sostegno attivo della Regione, un polo di eccellenza per le tecnologie legate all’idrogeno. Un vero e proprio cluster industriale capace di sfruttare pratiche già sperimentate in altri distretti locali, a partire da quello della ceramica, per diventare leader a livello internazionale in un settore che potrà costituire un volano di sviluppo economico e sociale per tutta la Regione: “Dobbiamo farlo qua e adesso, visto che ne abbiamo le competenze, perchè l’alternativa è lasciarlo fare ad altri, e poi trovarsi costretti a comprare dall’estero queste stesse tecnologie, pagandole di più e avendo rinunciato al benessere che la loro produzione in loco avrebbe potuto generare”.

E’ la visione illustrata ad Hydronews dal Professor Marcello Romagnoli, del dipartimento di ingegneria ‘Enzo Ferrari’ dell’Università di Modena e Reggio Emilia, tra i principali promotori del Manifesto “L’economia dell’Idrogeno e delle celle a combustibile, motori di una ripresa solida, rapida e sicura”. Il documento, che è già stato sottoposto alla Regione Emilia Romagna, chiede alle istituzioni di concentrare le risorse disponibili sul sostegno a tecnologie innovative, come appunto quelle legate alla produzione di idrogeno, in grado di ridurre l’impatto ambientale e contemporaneamente di creare nuovi posti di lavoro, ed è stato già sottoscritto da alcune importanti aziende sia italiane che internazionali.

Professor Romagnoli, come nasce l’idea di questo manifesto?

L’obbiettivo è quello di creare in Emilia Romagna, sulla base di un modello che potrebbe poi essere facilmente replicato anche in altre regioni, un cluster di eccellenza delle tecnologie legate all’idrogeno, dalla produzione fino, per esempio, alle celle a combustibile. In quest’ottica l’Università può dare il suo contributo di ricerca applicata, ma sono possibili e anzi sono già in corso ‘contaminazioni’ positive con altre filiere ben radicate sul territorio, a partire da quella della ceramica. E’ fase di definizione un progetto che prevede di utilizzare stampanti ink-jet, già ampiamente usate nel distretto ceramico, per la produzione di fuel cells su larga scala e si sta pensando anche a come utilizzare procedimenti di pressatura, anch’essi già in uso nell’industria ceramica, per realizzare altra componentistica. Un circolo virtuoso per abbattere i costi.

Quale potrà essere, rispettivamente, il ruolo delle istituzioni e quello dell’impresa privata?

Per l’Emilia Romagna si tratta di un’occasione straordinaria per concentrare risorse su un settore altamente innovativo, che può davvero costituire un volano di sviluppo per il futuro. Da parte dei privati ci deve essere la spinta, e devo dire che stiamo già riscontrando un elevato numero di adesioni al manifesto, che è già stato firmato da aziende come Arco Fuel Cells, Magnit, Red CFD (che sta mettendo a punto un software per sperimentazioni virtuali), Toyota Material Handling (carrelli elevatori), Idromeccanica (compressori), Landi Renzo (automotive), Alstom Group (la prima a proporre treni alimentati ad idrogeno) solo per citarne alcune. E altre arriveranno presto.

Su che modello industriale si baserà il cluster che volete costituire?

Abbraccerà tutte le componenti della filiera, a partire dalla produzione di idrogeno, che noi immaginiamo possa avvenire in modo decentrato, localizzato e sostenibile, per esempio tramite eolico, fotovoltaico, ma anche tramite la lavorazione di biomasse tra cui ce ne potrebbero essere di impensabili come i fondi di caffè, che così da problema potrebbero diventare una risorsa, e questo è solo uno dei tanti esempi che potremmo fare. La soluzione è costituita a nostro parere da sistemi modulari che possano essere sviluppati progressivamente sulla base dell’evoluzione della domanda, dotati delle tecnologie più adatte per ogni particolare situazione e in grado di servire un mercato locale, limitando il trasporto dell’idrogeno stesso.

Ma nel distretto ci sarà sicuramente posto anche per i produttori di tutte le componenti necessarie alla gestione e al consumo dell’idrogeno: sistemi di stoccaggio, distributori per la mobilità e molto altro.

Cosa chiedete alla Regione Emilia Romagna?

Il ruolo delle istituzioni pubbliche, e in questo caso della Regione, è fondamentale ed è quello di dare il primo impulso con investimenti mirati a contenere i costi e rendere competitive le tecnologie a idrogeno. Per esempio, nel manifesto abbiamo chiesto che la Regione copra la differenza di costo, per le aziende di trasporto locale, tra autobus tradizionali e autobus ad idrogeno. In questo modo, si consentirà a queste società di acquistare a prezzi competitivi mezzi a fuel cells, stimolando la domanda di componentistica, di tecnologie applicate, ma anche di idrogeno come combustibile, e quindi di sistemi di distribuzione. E poi chiediamo un centro di eccellenza per la ricerca applicata che possa sostenere le aziende. Insomma, l’intervento pubblico serve a far cadere la prima tessera del domino, poi le altre seguiranno. Il nostro progetto ha al centro un ‘business plan’ che prevede che sia in grado di sostenersi da sola entro 5 anni.

Quali saranno, secondo lei, le tappe del processo di sviluppo dell’idrogeno?

Noi, come UniMoRe, facciamo parte dell’associazione italiana H2IT e quella europea di Hydrogen Europe Research e abbiamo contribuito alla stesura del Piano Nazionale dell’Idrogeno, in cui abbiamo immaginato che il cosiddetto ‘scale-up’ del settore, ovvero il salto dimensionale, necessario per abbattere i costi di produzione, possa essersi compiuto completamente entro il 2050. Ma molto dipenderà dalle istituzioni: se verranno prese decisioni coraggiose, usando le poche risorse disponibili con intelligenza e lungimiranza, credo che questo obbiettivo potrà essere raggiunto anche prima, magari entro il 2030. Tutto dipende dalle scelte che facciamo oggi. E, se non ci muoveremo rapidamente, ci troveremo in breve tempo costretti a dover comprare queste tecnologie dall’estero, con maggiori costi e nessuno di quei benefici economici e sociali che invece potrebbero derivare dalla costituzione di una filiera di eccellenza dell’idrogeno in Emilia Romagna, o in qualsiasi altra zona d’Italia dove ci possano essere le condizioni adatte per realizzarla.

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