Snam e altri 10 operatori ‘disegnano’ la futura rete europea dell’H2: in Italia si parte del Meridione

di Francesco Bottino

Un gruppo composto dall’italiana Snam e da altri 10 operatori europei di infrastrutture energetiche ha messo a punto un progetto per la creazione di una rete continentale dedicata all’idrogeno, che prevede diverse fasi di sviluppo e che, per quanto riguarda l’Italia, individua come area di partenza per la costruzione del network (in larga parte basato sulla conversione di condotte esistenti) il Sud della Penisola.

L’iniziativa, messa nero su bianco in un position paper chiamato European Hydrogen Backbone e ‘partorita’ nel quadro della hydrogen strategy presentata la settimana scorsa dalla Commissione Europea, è promossa, oltre che da Snam, da Enagás (Spagna), Energinet (Danimarca), Fluxys Belgium (Belgio), Gasunie (Olanda), GRTgaz e Teréga (Francia), NET4GAS (Repubblica Ceca), OGE e ONTRAS (Germania), Swedegas (Svezia).

Secondo lo studio, realizzato con il supporto di Guidehouse (consultabile integralmente sul sito si Snam), le infrastrutture del gas esistenti in Europa possono essere adeguate a costi accessibili al trasporto di idrogeno. Partendo da questo presupposto, la rete dedicata all’H2 dovrebbe svilupparsi gradualmente a partire dai prossimi anni arrivando a un’estensione di 6.800 km entro il 2030, connettendo alcune “hydrogen valley” europee lungo il proprio tracciato. Entro il 2040, l’infrastruttura potrebbe poi arrivare fino a 23.000 km, il 75% dei quali rappresentato da esistenti condotte del gas convertite all’idrogeno e il restante 25% da nuovi tratti di rete (oggi in Europa sono presenti solo reti locali di piccole dimensioni, per complessivi 1.600 Km, dedicate esclusivamente all’idrogeno grigio)

Le aziende che hanno firmato il ‘paper’ prevedono un investimento complessivo nella rete a idrogeno – che sarebbe funzionale anche all’importazione – compreso tra 27 e 64 miliardi di euro, relativamente contenuto nell’ampia prospettiva della transizione energetica europea.

Il costo stimato, si legge nel documento, è compreso tra 0,09 e 0,17 euro per kg di idrogeno per 1.000 km (l’ampio range è dovuto all’incertezza riguardo i costi delle stazioni di compressione), consentendo di trasportare l’H2 a tariffe competitive per lunghe distanze attraverso tutto il continente.

Nell’ European Hydrogen Backbone viene quindi analizzata la situazione dei diversi Paesi coinvolti, con riferimento ai due diversi orizzonti temporali: 2030 e 2040.

Per quanto riguarda l’Italia, nel corso dei prossimi 10 anni la rete si dovrebbe sviluppare attorno a cluster industriali esistenti nel Sud della Penisola (soprattutto Sicilia e Puglia), espandendosi poi gradualmente verso nord. La maggior parte del network sarebbe comunque costituito da condotte esistenti, adattate all’utilizzo con H2.

Guardando la mappa della rete ipotizzata al 2030, contenuta nel documento, in Italia è possibile individuare una linea costituita da pipeline già esistenti che parte da nord di Roma per arrivare fino alla punta più occidentale della Sicilia, correndo parallela alla costa tirrenica, con una diramazione, da costruire invece ex-novo, che dal confine tra Campania e Calabria (indicativamente) si dirige verso est arrivando fino in Puglia.

Nella ipotetica ‘fotografia’ scattata invece al 2040, la rete che percorre il Belpaese è ben più ramificata, raggiungendo i centri industriali della Pianura Padana (in buona parte seguendo percorsi già tracciati dei gasdotti oggi utilizzati per il metano) e presentando diversi nuovi tratti: oltre al già citato collegamento tra la ‘dorsale’ principale e la Puglia, sono infatti tracciate nuove diramazioni che raggiungono in diversi punti la costa dell’Adriatico e che collegano il network italiano con l’Austria a nord est e con la Svizzera a nord. Infine, vengono delineati, quali “possibili ulteriori espansioni della rete”, collegamenti con l’Albania, attraverso l’Adriatico, e con la Tunisia. Il dettaglio non viene specificato ma, a giudicare dai percorsi tracciati sulla mappa, anche in questo caso il paper sembrerebbe ipotizzare l’utilizzo di infrastrutture già esistenti: il gasdotto TAP nel primo caso e il Transmed nel secondo (o, quantomeno, le rotte sembrano coincidere).

I collegamenti internazionali – sia quelli meridionali che quelli settentrionali – vengono motivati nel report con la necessità di importare in Italia, e quindi nel resto del continente, quantitativi di idrogeno integrativi rispetto alla produzione interna, che da sola non basterà a soddisfare una domanda prevista in forte crescita.

“In uno scenario in cui la domanda di idrogeno – si legge nel commento alla situazione italiana al 2040 – sarà soddisfatta da una combinazione di produzione nazionale e importazioni dal Nord Africa (dove l’abbondanza di energia eolica consente di immaginare la possibilità di produrre grandi quantità di ‘green hydrogen’ a costi competitivi; ndr), un certo sviluppo di nuove infrastrutture sarà necessario per trasportare l’idrogeno dai punti di accesso nell’Italia del Sud fino ai cluster industriali del Nord. Interconnessioni con l’Austria e la Svizzera dovranno quindi essere sviluppate per supportare la fornitura nei Paesi dell’Europa settentrionale”.

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