S&P Global: futuro dell’idrogeno verde ancora incerto, gli investimenti delle utility sull’H2 per ora sono “un atto di fede”

L’Europa è convinta che l’idrogeno, e in particolare la sua variante verde, potranno giocare un ruolo fondamentale nella decarbonizzazione dell’economica continentale: molti Paesi hanno già definito le rispettive strategie nazionali e altri lo faranno presto, e l’Unione Europea ha varato la sua. Ma gli ostacoli restano numerosi, a partire dalla competitività economica dell’H2 green, e dal punto di vista delle utilities energetiche l’idrogeno non produrrà alcun effetto concreto, a livello di modello di business, prima del 2025.

E’ quanto emerge da un recente report di S&P Global, eloquentemente intitolato “Clean Hydrogen Investment Is Still A Leap Of FaithFor European Utilities” (investire nell’idrogeno verde è ancora un atto di fede per le utility europee), che mira proprio a valutare l’impatto che lo sviluppo dell’H2 potrà avere sul business delle società energetiche continentali, analizzandone entità e tempistiche.

E il verdetto sembra essere che le potenzialità ci sono, ma al momento la loro espressione appare ancora incerta e legata a diverse variabili di difficile previsione.

S&P certifica il forte supporto politico che l’idrogeno sta avendo e lo quantifica prendendo in esame le diverse strategie nazionali ad oggi già presentate ufficialmente, che hanno un valore complessivo di 32 miliardi di euro relativamente ai progetti previsti per il prossimo decennio. Nel dettaglio, la Germania ha stimato 9 miliardi di investimenti e 5 GW di capacità di elettrolisi installata entro il 2030; l’Olanda 4 GW di elettrolisi (nessuna indicazione sul valore economico degli investimenti previsti); il Portogallo 7 miliardi e 3,5 GW; la Spagna 9 miliardi e 4 GW; la Francia 7,2 miliardi d 6,5 GW. Ci sono poi altri Paesi come Danimarca e Norvegia, dove sono stati annunciati piani di investimento per potenziare la produzione di energie rinnovabili con l’obbiettivo di destinarne una parte alla generazione di green hydrogen, e infine altri Stati che stanno ancora lavorando su una strategia nazionale (tra questi c’è l’Italia, che punterebbe secondo quanto noto fino ad ora a investimenti complessivi di 10 miliardi, tra fondi pubblici e privati, e ad una capacità di elettrolisi installata pari a 5 GW entro il 2030).

La carne al fuoco è quindi molta, ma gli effetti concreti di questa tendenza non saranno immediati e, secondo S&P, non si avvertiranno sul business model delle utility europee prima del 2025. Per ora infatti molti dei progetti pilota hanno una dimensione ridotta, nel range 10-100 MW, per almeno il 30-50% del budget fanno affidamento su fondi pubblici che devono ancora essere erogati e comunque non saranno portati a termine prima del 2023. In ogni caso, in questo periodo gli investimenti che le utility europee stanzieranno per l’idrogeno ammonteranno complessivamente a 1 miliardo di euro all’anno, una quota residuale degli oltre 60 miliardi di investimenti effettuati a livello aggregato ogni anno.

Sulla base di tutti questi dati, nel report si sostiene che i progetti pilota previsi per i prossimi anni potranno fornire indicazioni molti utili sulla validità e l’efficienza delle tecnologie impiegate, ma il loro volume sarà insufficiente per incidere sul costo di produzione dell’idrogeno verde, che per calare avrà bisogno di iniziative su scala molto maggiore.

S&P individua poi un’altra serie di ostacoli che renderanno difficile, almeno nei prossimi 5 anni, un rapido scale-up dell’idrogeno: la mancanza di una produzione di energie rinnovabili sufficiente a sostenere la crescita della capacità di elettrolisi prevista e contemporaneamente anche un completo phase-out dal carbone in Europa; la carenza di un’infrastruttura di distribuzione dedicata (l’attuale network del gas copre rotte che, secondo il report, non saranno le stesse rispetto a quelle che dovrebbe percorrere l’H2); i ‘buchi’ a livello normativo; una domanda ancora dimensionalmente contenuta.

Per ora quindi, secondo la società di analisi, gli investimenti sull’idrogeno da parte delle utility europee costituiscono un vero e proprio “atto di fede”: l’esito di questa scommessa sarà direttamente legato alla capacità dei progetti pilota di dimostrare la loro fattibilità su larga scala e quindi di indurre una reale riduzione dei costi di produzione dell’H2 green, ma anche alla crescita della domanda che a sua volta dipenderà in larga misura degli interventi pubblici a sostegno di uno scale-up del mercato.

Per quanto riguarda gli utilizzi finali, S&P individua le maggiori opportunità di applicazione dell’idrogeno nella decarbonizzazione dei trasporti pesanti e dei cicli industriali, mentre per quanto riguarda la generazione elettrica mancherebbe la necessaria sostenibilità economica, anche se l’H2 potrebbe essere in futuro (ma dopo il 2030) utilizzato per lo stoccaggio dei picchi produttivi di energie rinnovabili.

Inoltre, nel report viene evidenziato come l’idrogeno prodotto in Europa non sarà sufficiente a soddisfare il fabbisogno interno stimato: questo potrebbe aprire scenari di sviluppo, almeno come soluzione ‘ponte’, all’idrogeno blu e anche all’import di H2 da fonti esterne all’Unione.

Infine, S&P individua quelli che potrebbero essere i benefici di cui le utility potranno godere nel lungo termine da un effettivo scale-up dell’idrogeno, a partire da una maggiore domanda di energia rinnovabile che sarà rivolta proprio a questo tipo di operatori, e anche da un crescente utilizzo dell’attuale rete di gasdotti per il trasporto di H2. In questo caso però saranno necessari importanti investimenti: se infatti molti dei potenziali end-user, costituiti da poli industriali, sono già connessi al network del gas, dovranno essere raggiunti i futuri centri di produzione dell’idrogeno verde, che verosimilmente non si troveranno vicino ai giacimenti di gas (da dove di solito partono le attuali pipeline) ma piuttosto presso gli hub di produzione delle energie rinnovabili.

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